Prendersi cura di sé: quale equilibrio tra autonomia e dipendenza?

Prendersi cura di sé: quale equilibrio tra autonomia e dipendenza?

Estratto della relazione presentata dalla dott.ssa Chiara Fantinato al Congresso “Spina Bifida: stato dell’arte e prospettive future” Organizzato da ASBI (Associazione Spina Bifida Italia) e ASBIN (Associazione Spina Bifida Italia Niguarda) in collaborazione con l’Ospedale Niguarda di Milano).

Milano, 18 ottobre 2019 

 

Per avere cura di se stessi, abbiamo bisogno di assumerci l’impegno di prenderci a cuore la nostra esistenza e comprendere che questo è essenziale.

La cura di sé trasforma il semplice vivere in esistere, quindi la vita non è fatta di mera accettazione passiva della condizione in cui viviamo, ma è dare forma e direzione ai nostri desideri aprendoci al mondo delle possibilità. 

E nel concreto, il cambiamento nasce dal sentirsi protagonisti della propria vita, dalla possibilità di immaginare un futuro.

Partecipando ad alcune attività di ASBI ho avuto modo di vedere i ragazzi, di conoscerli, di osservarli.

E quello che sento stando con loro, tra di loro, è che le occasioni di incontro create dall’associazione e le attività promosse, sono realmente delle opportunità per aprirsi al mondo delle possibilità: “affronto le sfide ed esprimo me stesso” attraverso lo sport, l’amicizia, “imparo cose nuove”, “imparo a conoscermi”, “imparo a cadere e a rialzarmi”, “imparo dal confronto con gli altri”, “divento più capace”, “mi prendo cura di me stesso”.

Per poter fare questo, per poter sperimentare la possibilità di imparare a prendersi cura di se stessi e diventare autonomi, un ruolo fondamentale è svolto dalla famiglia. 

La famiglia rappresenta la prima appartenenza sociale che sperimentiamo nella vita, è all’interno della famiglia che apprendiamo sin da piccoli la capacità di relazionarci agli altri. Questo sentimento sociale, che è principalmente un sentimento di appartenenza e di cooperazione, necessita di espandersi attraverso le tappe evolutive dalla famiglia all’esterno, al mondo sociale al di fuori. 

I genitori in generale fanno di tutto per facilitare lo sviluppo del figlio, cercano di assicurargli le condizioni fisiche, psicologiche, ambientali, sociali migliori possibili, in un clima altrettanto adeguato.

Però si riscontrano anche delle difficoltà

Molti genitori hanno difficoltà a vedere il proprio figlio con disabilità avviarsi verso l’autonomia, spesso il rapporto tra genitori e figlio è caratterizzato da un legame di forte interdipendenza. E questo dipende dalla storia familiare, dalla qualità del rapporto che si è creato e molto spesso dalle paure e dai timori che vivono sia i genitori che i figli. 

Alcune famiglie ad esempio faticano a sostenere le prestazioni necessarie per favorire il raggiungimento di autonomie sempre maggiori. Il timore dell’insuccesso nei compiti della vita quotidiana e della conseguente frustrazione, alimenta un rapporto di dipendenza che si protrae nel tempo. Le paure e i timori che i genitori esprimono spesso sono le stesse paure che hanno i figli.

Queste paure possono essere sostenute da una serie di esperienze negative avvenute in periodi precedenti, nella vita del ragazzo, altre volte sono timori relativi a quello che si può immaginare nel futuro. Queste paure e difficoltà, sono legate alle emozioni che prova il genitore, alle aspettative che ha o che non ha.

A volte accade che siano i ragazzi, i giovani adulti stessi ad essersi “abituati” a fare conto sui propri genitori, a dare per scontato che qualcuno si prenda cura di loro, e questo li pone in una posizione di passività, di inconsapevolezza delle proprie potenzialità e di dipendenza dall’altro.

Ci siamo addentrati in un tema delicatissimo che in ciascuno di noi risuona con il mondo delle nostre emozioni.

L’intento non è quello di risolvere questi problemi, ma di poterne parlare e poter intravedere delle possibilità.

L’autonomia e la cura di sé intesa come facoltà di determinarsi, come libertà di agire e di pensare, possibilità di provvedere da soli alle proprie necessità, è uno degli obiettivi principali nello sviluppo di ogni essere umano; per i ragazzi e i giovani adulti con disabilità questo traguardo si raggiunge attraverso un percorso a volte un po’ più lungo e complesso che richiede la possibilità di sperimentare il distacco dalla loro famiglia d’origine e la partecipazione alla vita sociale nel mondo esterno.

Mi tornano alla mente le parole di un ragazzo al Convegno Internazionale Giovani che si è tenuto a Varese qualche settimana fa. 

F., parlando agli altri ragazzi della propria esperienza di vita, ha sottolineato tre aspetti, diceva ci sono tre aspetti fondamentali:

Il primo la Consapevolezza perché siamo in questo stato di disabilità e lo saremo per sempre. Dobbiamo accettarlo prima o poi e sfruttare al meglio quello che possiamo fare e divertirci

Il secondo la Testa perché lei è il motore di tutto, con la convinzione e la determinazione si può raggiungere qualsiasi cosa per cercare di vivere questa vita e non sopravvivere.

Il terzo gli Obiettivi, perché senza quelli non si va da nessuna parte, anche piccoli che siano cerchiamo sempre di porci delle nuove sfide da superare per cercare di ottenere sempre nuovi risultati che siano nel mondo sportivo, nel mondo del lavoro o nel mondo di tutti i giorni

Perciò la possibilità di prendersi cura di sé e di diventare autonomi ha a che fare con una continua contrattazione e ri-contrattazione degli obiettivi, delle aspettative e della fiducia.

Questo è fondamentale e questo è un compito che richiede collaborazione, cooperazione da parte dei ragazzi e delle famiglie.

Ed è un processo che avviene attraverso plurimi fattori:

– l’empatia: che permette di entrare in relazione reciproca così che la relazione stessa possa diventare un’esperienza trasformatrice. L’empatia è la capacità di sentire l’altro: le emozioni che provi tu, le riconosco perché le conosco e le provo anch’io … è importante che i ragazzi crescano anche attraverso un’educazione alle emozioni, al riconoscimento delle emozioni e alla possibilità di poterle condividere. Così che sia più maturo il loro modo di relazionarsi anche con gli altri.

– l’attenzione: ossia avere considerazione per l’altro, tenere nello sguardo l’altro è la prima forma di cura. L’attenzione che esprime cura, nasce non solo nel riconoscimento del valore dell’altro, ma anche dal sapere e dal saper accettare che la necessità primaria e fondamentale è il bene dell’altro.

– l’ascolto: senza ascolto non c’è comprensione. Ascoltare in greco significa percepisco, ma anche imparo. Ascoltando l’altro imparo … imparo dalla sua esperienza. Ascoltare con l’intenzione di comprendere, rende possibile la relazione perché questo permette di gettare un ponte fra sé e l’altro. E quindi l’ascolto che il genitore può dare al proprio figlio è orientato dall’intenzione di cogliere ciò di cui ha necessità, per rendere concrete le possibilità della sua vita. L’ascolto che il ragazzo può dare al genitore è orientato dall’intenzione di cogliere le parole di chi ha fatto esperienza e conosce meglio il mondo fuori.

– l’esserci, ma alla giusta distanza: per accompagnare l’altro nella propria vita, lasciandogli lo spazio di un progetto a partire da sé. La vicinanza discreta è quella che fornisce tutto il sostegno possibile al figlio senza però ridurre lo spazio del suo movimento. Il genitore che si sostituisce al figlio può essere interpretato come espressione di un’intensa dedizione, ma questo alleggerirlo sottraendogli la responsabilità della cura di sé, provoca una perdita di possibilità di sviluppo del suo modo di essere fino alla situazione di trovarsi dipendente. Allo stesso modo il figlio che si aspetta di ricevere costanti attenzioni e aiuti, si pone in una condizione di passività e si priva della possibilità di sperimentarsi e imparare.

– l’incoraggiamento: “Incoraggiare” significa capire e farsi capire, riuscire a stendere ponti di collegamento fra il sé e l’altro, essere capaci di prendere contatto col mondo soggettivo di chi ci sta vicino.

Incoraggiare vuol dire incrementare il sentimento sociale, ossia la capacità di cooperare con gli altri. Nell’incoraggiamento rintracciamo il senso della stima, della fiducia, del riconoscimento, del sostegno.

Rif. bibliografici:

ADLER A. (1931), What life should mean to you, tr. It. Cosa la vita dovrebbe significare per voi, Newton Compton, Roma 1994.

MORTARI L. (2015), Filosofia della cura, Raffaello Cortina, Milano.

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